Un paese senza memoria è un paese senza futuro. Il commento di Severino Nappi

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La superficialità con la quale in questi giorni si è affrontata l’analisi del voto è figlia di una deriva culturale del nostro Paese. Un paese che non è più capace di indignarsi neanche per lo sfregio alla lapide delle vittime di via Fani. O, almeno, molto meno di quanto sia stato in grado di fare per la mancata qualificazione della nazionale ai mondiali di calcio. Anzi, il paradosso è che conosciamo a memoria il modulo fallimentare di Ventura e sappiamo che aver lasciato Insigne in panchina è stato un errore, ma non sappiamo chi è Barbara Balzerani.

 In questi giorni, esattamente nella settimana in cui ricorreva il quarantesimo anniversario della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro, la signora Balzerani (componente del commando che uccise la scorta e poi Moro) se n’è andata in giro per presentare il suo ultimo libro e spendere parole gravi nei confronti dei familiari delle vittime. 

E’ potuto accadere, di nuovo, perché lo spettro delle Br non è stato mai veramente affrontato, né “debellato”. E un po’ come quelle malattie silenti che, col tempo, sembrano essere scomparse, ma poi ritornano non appena ci si smette di vaccinare.

Il vaccino – l’unico possibile – sarebbe parlarne e ricordare a tutti cosa furono quegli anni per l’Italia intera. Invece, il rischio che si corre oggi è che per esempio mia figlia, diciottenne, non solo non sappia chi è Barbara Balzerani, ma soprattutto che non trovi sufficientemente grave lo sfregio su quella lapideEppure quella lapide è molto più di una lastra di marmo. E’ la memoria del lutto del Paese. 

E’ lo sgomento di fronte alla violenza cinica e assassina. E’ il cordoglio per le vittime innocenti scolpito nella pietra. E’ il pianto di milioni di italiani. Insomma, un simbolo che può scolorare soltanto per la disinformazione o la straordinaria leggerezza con la quale ormai si affronta qualsiasi tema

In principio fu Tangentopoli: un’intera classe politica rasa al suolo sul presupposto della delinquenza, della corruzione e del giustizialismo sfrenato, che superò non solo il rispetto, ma anche la decenza. Poi arrivò la rottamazione, preceduta dagli arcobaleni, dai girotondi, dai processi a Berlusconi,  dallo spread, dai “ce lo chiede l’Europa” e dai colpi di Stato.

Oggi siamo ufficialmente nell’era dell’(h)onestà. Unico filo conduttore di questi annila totale assenza di qualsivoglia distinguo: tra le persone, tra le circostanze, tra i programmi, tra le proposte ed i progetti. L’Italia di oggi sembra non aver fatto tesoro di nessuna esperienza pregressa, nemmeno di quelle più dolorose e cruente. Ecco perché non tocca solo alla politica un mea culpa.

Le responsabilità sono anche di certi modelli culturali che hanno semplicemente fallito la propria missione. Se non siamo capaci di portare la lotta alla mafia o alla camorra nelle scuole, se a Casal di Principe ci dimentichiamo di commemorare don Peppe Diana e poi consentiamo a Barbara Balzerani di dirci ancora la sua, siamo lo specchio di un male profondo. Siamo di fronte ad un modello fallimentare e che ha poche vie di scampo.

 Il nostro è un Paese sordo e il Sud lo è ancora di più. Un Sud che vota compatto per un (non) partito che non ha alcuna posizione se non quella di tifare per il reddito di cittadinanza a pioggia e per tutti, è un Sud che si autoritiene privo delle capacità per ripartire da solo.

È un Sud che si autocandida ad essere trainato. Io non ci sto a pensare che non ci sia alternativa. Senza andare troppo lontano, né troppo indietro nel tempo, questa è anche la terra di Paolo Sorrentino e la Napoli che ha trionfato pochi giorni fa ai David di Donatello. 

Anche questo è frutto della nostra cultura, dell’ingegno, dell’inventiva: la rappresentazione di cosa siamo capaci di fare e quello che può esser un modello culturale, anche qui al SudRendiamocene conto e non guardiamo il nostro ombelico, ma alziamo lo sguardo, lontano. Con un obiettivo chiaro, che non può essere la “rottamazione” o il suo omologo, altrettanto populista,del cambiamento, ugualmente fine a sé stesso. No.

L’obiettivo è un altro. Assumere, in particolare da parte di chi può e di chi sa, la responsabilità di costruire una Italia diversa, in grado di guardare oltre gli slogan e capace di tornare a valutare le cose per quello che sono, non per come appaiono. Solo così le speranze potranno diventare certezze e i sogni, a partire da quelli denostri giovani, realtà.

 

Di Severino Nappi

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