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Vi spiego perchè i Cinquestelle (talvolta) mi ricordano Achille Lauro. Ci scrive Severino Nappi

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Di Severino Nappi*

Responsabile Nazionale Politiche del Sud di Forza Italia

 

Cari Cinquestelle, studiate prima di parlare. Prima di parlare a tutti quelli che stanno soffrendo questa lunga crisi o ai giovani che vorrebbero un lavoro nel loro presente e invece raccolgono solo angoscia per il loro futuro.

In fondo non siete così lontani da Achille Lauro che, nella Napoli povera degli anni cinquanta, distribuiva pacchi di pasta per il voto. Almeno Lauro la pasta la pagava di suo. Invece, voi vorreste governare l’Italia promettendo l’isola che non c’è, il reddito di cittadinanza.

Dare sostegno a chi soffre, a chi non ha nulla o ha perso tutto è dovere di ogni Stato sociale, ma questo non c’entra nulla con il reddito di cittadinanza.

Non c’entra nulla con le complesse teorie che, di fronte all’avanzare dell’economia immateriale, all’informatizzazione globalizzata dell’industria e alla possibile riduzione dei posti di lavoro disponibili, immaginano nel futuro del mondo la necessità di garantire risorse a chi non dovesse trovare un inserimento attivo, ricavate per esempio tassando le enormi plusvalenze delle multinazionali del software e dell’e-commerce.

Quello è il reddito di cittadinanza, non la favoletta delle marionette di Grillo.

 

La politica seria – quella che guarda alle future generazioni, non alle prossime elezioni, come diceva James Freeman Clarke   – ha il dovere di iniziare a ragionarci. Ma prima di tutto ha un altro dovere da assolvere, subito: guardare al nostro difficile presente e offrire risposte che non offendano la dignità delle persone, oltre che la loro intelligenza.

Lo scopo del governo di una comunità non è quello di far vivacchiare la gente, ma di costruire le condizioni per garantire un’esistenza dignitosa e libera dal bisogno. In fondo, è scritto nella nostra Costituzione, quella stessa che loro sventolano al grido di “onestà, onestà”, spesso senza averla mai letta, o sicuramente senza averla compresa. Certo, non esiste alcuna ricetta semplice, ma una strada c’è. Bisogna trovare il coraggio di imboccarla e non rifugiarsi nella retorica, comoda, facile e pericolosa, innanzitutto per i nostri giovani. Dare loro, per esempio, la ragione per restare in Italia significa investire prima di tutto sul sistema di incrocio tra domanda e offerta di lavoro, puntando su istruzione e formazione di qualità, andando nelle aziende per chiedere di quali lavoratori hanno realmente bisogno e mettendo loro a disposizione le risorse perché siano invogliate a parlare con le università e il mondo della ricerca.

Così si occupano, per esempio, quei 300.000 lavoratori che ogni anno le imprese italiane non trovano. Significa, al Nord, liberare l’economia dalla cappa oppressiva della burocrazia e delle tasse, mentre al Sud investire prima di tutto sulle infrastrutture, sostenute da una rete logistica, senza le quali il mercato non scommette sui territori. Significa puntare alla rigenerazione urbana delle nostre città, ma anche guardare ai mestieri della cultura e dell’arte.

Insomma – senza mai dimenticare i bisogni delle persone e il loro diritto a ricevere servizi e assistenza, specie quando sono anziani o deboli – in Italia non servono soldi a pioggia per far sedere le persone sulla mediocrità dell’assistenzialismo senza speranza ma strumenti per far crescere l’economia. Quelli che il Presidente Berlusconi ha indicato nell’albero delle libertà.  

 

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