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Cyber attacchi, i numeri degli 007 italiani: metà sono di hacker, un quinto di terroristi

Cyber attacchi, i numeri degli 007 italiani: metà sono di hacker, un quinto di terroristi

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Wanna Cry, il virus informatico che ha infettato milioni di computer in poche ore, ci “ha fatto scoprire quanto siamo indifesi”. A rivelarlo il direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), Alessandro Pansa, nel corso dell’audizione davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Difesa sulle problematiche legate alla difesa e alla sicurezza nello spazio cibernetico.

Il capo degli 007 italiani ha illustrato alcune cifre, dimensionando la portata del pericolo. “Il 52% degli attacchi a siti e alle reti provengono da gruppi del cosiddetto cyber-activismo, il 19% degli attacchi dal cyberpionaggio, mentre quelli da gruppi hacker della galassia del cyber terrorismo rappresentano il 6%”, ha spiegato Pansa. Quest’ultima frontiera del terrorismo è dunque importante, pericolosa.

“Il 72% degli obiettivi colpiti o bersaglio di attacchi informatici sono pubblici”, ha aggiunto, “mentre la capacità di compromissione dei dati e dei sistemi è stato del 28%, con la distruzione dei siti nel 13% dei casi”.

Spesso l’attacco comporta la chiusura dei siti e, dunque, causa danni economicamente rilevanti alle vittime.

Il direttore generale del Dis, nella audizione in Parlamento,  ha “raggruppato” in tre principali aree le fonti da cui arrivano gli attacchi informatici. Il cyberspionaggio: gli attacchi sono sono portati con “attori strutturati globali.

Colpiscono amministrazioni pubbliche con strumenti sofisticati come malware, tecniche di offuscamento e ingegneri sociali e hanno a disposizione ingenti risorse. I destinatari spesso non si rendono nemmeno conto di questi attacchi “silenti”.

La compromissione dei sistemi avviene o per finalità strategica, cioè tesa a conoscere posizionamento politico, strategico, economico dell’attaccato. O sul piano tattico perchè queste attività servono a profilare l’obiettivo e i soggetti con vari fini: reclutamento, ricatto, individuazione debolezze… In questo ambito si riscontra un’ampia disponibilità di risorse umane, tecnologiche ed economiche, in genere si utilizzano team di hacker in stretto raccordo con analisti”. Ci sono poi gli attacchi riconducibili all’hacktivismo le cui caratteristiche sono invece quasi sempre “dimostrative”.

Non si utilizzano tecnologie di alto profilo – ha sottolineato Pansa – e si rivolgono a strutture facilmente vulnerabili – ha spiegato il capo del Dis.

Sul fronte cyber-terrorismo, si segnalano gruppi con finalità di radicalizzazione, rivendicazione e finanziamento. Anche questi attacchi hanno un basso livello di sofisticazione, contro sistemi Ict anche di rilevanza strategica ma ottengono risultati solo per carenze di sistema.

“Riteniamo”,  ha affermato Pansa, “che la loro capacità di evoluzione e di crescita sia ampia e quindi dobbiamo essere sicuramente più pronti a gestire azioni più complesse e difficili”.

“A fronte di questa minaccia abbiamo preso in esame con un gruppo di esperti e coinvolgendo i ministeri del Cisr, i risultati ottenuti con il sistema di difesa cyber impiantato con il decreto Mont”, ha concluso il prefetto, che “ha fatto crescere molto le capacità e le conoscenze del fenomeno ma non ha consentito di superare i sistemi di criticità dei sistemi strategici del nostro Paese”. Si è  dunque realizzata una “filiera unica” per la sicurezza nazionale cibernetica”.

di S.L.

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