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"Serata in romanesco". Davis Tagliaferro: "Il mio omaggio a Roma... per ridere e riflettere" (Intervista)

“Serata in romanesco”. Davis Tagliaferro: “Il mio omaggio a Roma… per ridere e riflettere” (intervista)

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Da Belli a Trilussa, passando per il grande Petrolini, fino ad arrivare a Pasolini, uno dei personaggi più importanti del ‘900 italiano: questo e tanto altro ancora promette lo spettacolo “Serata in romanesco. Per ridere e riflettere” che vede in scena come protagonista assoluto l’attore Davis Tagliaferro.

Uno spettacolo “teatrale” fatto di monologhi, scene, letture di poesie e racconti che vanta già tanti ‘sold out‘ nelle diverse serate che hanno toccato i teatri, le piazze e i locali di tutta Italia.

Una serata comica, tagliente, ironica e non solo che, attraverso le opere dei più grandi autori che hanno vissuto la Roma delle diverse epoche storiche, ci restituisce una visione del mondo segnata dal quel caratteristico linguaggio che la distingue, fonte di infinita espressività e ironia: il romanesco. Insomma, c’è da ridere ma anche tanto da riflettere.

Abbiamo incontrato Davis Tagliaferro a pochi giorni dalla serata che si terrà il prossimo 20 maggio a Villa Abbamer (Grottaferrata).

Davis Tagliaferro - 20 maggio Villa Abbamer (Grottaferrata)

Da dove nasce la voglia di proporre uno spettacolo così particolare?

Tutto nasce da una lettura di Pasolini. Cominciai a farla così per gioco diversi anni fa. La trovavo (e ancora lo è) incredibilmente forte, dirompente…  carica di emotività,  violenza, ironia. Poi iniziai a scoprire altri autori che scrivevano in romanesco, gli stessi che oggi fanno parte dello spettacolo. Così ampliando le mie letture, scelsi dei brani nuovi e provai ad aggiungerli al brano di Pasolini per vedere il pubblico come reagiva… ottenuti i primi ‘feedback’ capii che dovevo farne un vero e proprio spettacolo, una “serata” appunto….. e così iniziai……

Cosa rende “speciale” il romanesco rispetto ad altri dialetti?

La domanda potrebbe essere “cos’hanno di speciale i dialetti rispetto alla lingua”, ma così facendo eluderei la risposta alla tua domanda… Il romanesco è un dialetto che ormai non esiste più, sono rimasti veramente in pochi a parlarlo: poche persone e di una certa età. Oggi c’è il romano a governare, ma è tutt’altra cosa. Non ha più la stessa eleganza, anzi, il romano odierno lo trovo, nella maggior parte dei casi, volgare. Mentre il romanesco di una volta è molto più sincero, leggero, radicato. Non credo sia un caso che con il romanesco siano nati molti poeti e scrittori e che abbiano prodotto montagne di scritti: l’opera di Belli è infinita, quella di Trilussa altrettanto, poi ci sono Pascarella, Zanazzo, Giuliani, Durante, Petrolini e tanti altri.  Oggi, invece, c’è veramente poco. Ho provato a inserire qualcosa di odierno, ma il linguaggio è troppo debole e i contenuti ancor di più.

Il romanesco era un dialetto che offriva veramente molto per via della sua forza comunicativa. Guardare il mondo attraverso questo linguaggio vuol dire parlare chiaro, in maniera diretta e avere di fronte una realtà che si presta facilmente alla scrittura, alla metafora, alla critica… e alla drammaticità, oltre che alla comicità.

Nonostante le diverse epoche storiche, c’è un filo rosso che lega le diverse letture?

Il filo rosso della serata è il linguaggio, ma ci sono molti aghi con cui i diversi poeti solcano la “maglia umana”. Politica, religione, società, donne, denaro, tradimenti, piaceri… la cosa interessante è appunto “l’ago” che usa ogni poeta, e il suo modo di affondarlo.

Com’era la Roma raccontata, per esempio, da Belli o Trilussa?

E’ incredibilmente la stessa di oggi. I suoi movimenti interni, i personaggi che la abitano, i rapporti che la regolano. Ma anche l’umanità decritta da questi poeti è estremamente attuale… attuale e tagliente. È proprio per questo che ho scelto di portare avanti un’operazione del genere, “un’operazione dal basso” come amo definirla. Portare contenuti usando il potere dell’ironia laddove ormai i contenuti sono filtrati da uno schermo a cui tutti fanno sempre più riferimento.  E’ un lavoro che trovo necessario per far riavvicinare le persone al Teatro, per fargli ricordare che la presenza è potenza, e che il teatro è vivo e pulsa.

Come hai fatto a legare la poesia al teatro?

In questo caso devo dire che si legano da sé. La poesia romanesca è pensata per una lettura pubblica, lo si evince dalla forma della scrittura, è una scrittura loquace, per cui il lavoro è stato fatto dai poeti a priori.

Cos’è per te il teatro?

Rispondere a questa domanda è sempre una grande impresa… e sono tutti lì con gli occhi puntati. È una di quelle cose da prepararsi prima a casa e con cura, così se qualcuno azzarda la domanda, tu tiri fuori dal cilindro la tua frase memorabile e sorprendi tutti con la tua risposta. Mi chiedi quindi il compito a casa… In realtà è una risposta sempre in movimento, cambia insieme a me, al il mio modo di far teatro. Provando a rispondere, ad oggi, mi viene in mente Carmelo Bene, per cui il teatro è un “Universo fatto di Universi”, lui diceva “Un pluriverso” (anche se lui essendo molto modesto faceva riferimento a sé). In effetti però così è. Oggi vedo il teatro come un mare infinito, con milioni di pesci, abitanti variegati, correnti, tempeste, profondità, temperature, colori. Non è possibile misurarne la grandezza, è incommensurabile. Come le forze che lo generano, mi riferisco all’immaginazione, al pensiero, all’inconscio. A teatro tutto è possibile, tutto è rappresentabile, qualsiasi forma, sentimento, realtà, storia. O “non” storia, anche.

E’ difficile porgere Pasolini a un pubblico “popolare”? Hai incontrato ostacoli nel farlo?

Assolutamente no, anzi. Come ti accennavo la sua forza è spaventosa e questa forza viene avvertita da tutti. Nelle repliche finora realizzate dello spettacolo, in sala ci sono persone di tutti i generi, di tutte le età: anziani, ragazzi, bambini, dottori, operai, ecc.  Beh, la lettura di quel brano è sempre un momento di “raccoglimento”, un raccoglimento vivo ed esplosivo però.

Puoi definirti un artista (autore e attore) indipendente: come “reggi” le difficoltà causate anche da una certa condizione di “sordità” politica nei confronti della cultura?

Con la forza di un animo che non so da dove venga e a chi appartenga, eppure vive in me, mi dà forza nonostante le infinite difficoltà che incontro quotidianamente, almeno sino ad ora. Per quanto riguarda la politica è un tema scottante e aggrovigliato. Ad ogni modo alla politica la cultura non giova, sappiamo benissimo che il potere funziona meglio sull’ignoranza, la storia ce lo insegna fin troppo bene. Gli artisti parlano troppo, pensano troppo, e sono anche abili “influencer”. Per cui, meglio che parlino il meno possibile, quel tanto che basta allo stato per poter dire di sostenere e promuovere la cultura come bene di massa.

C’è una frase dei grandi autori del passato che porti in scena capace di descrivere la crisi attuale che stiamo vivendo?

Er merito che more su la paja, e la gloria che ghigna a li conuti. Ecco, le condizioni de l’Itaja”. Questa è una frase di Zanazzo, del 1893. O quella di Trilussa, in cui un somaro costretto a trasportare quintali di stampe dell’Avvenire Democratico esclama “La democrazia, è sempre stata la rovina mia”.

di Sacha Lunatici

Breve estratto da “Serata in romanesco. Per ridere e riflettere”:

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