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Pd, l'analisi dell'Istituto Cattaneo: Renzi vince, ma ha perso la spinta

Pd, l’analisi dell’Istituto Cattaneo: Renzi vince, ma ha perso la spinta

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Il Partito Democratico ha eletto il suo “nuovo” segretario, che poi è lo stesso di prima, Matteo Renzi,  con la partecipazione di circa 1 milione e 800 mila elettori (tra iscritti e simpatizzanti). Uno dei dati principali che è emerso dall’analisi del voto è stato il tendenziale invecchiamento della base elettorale e militante del partito. Per esaminare nel dettaglio questo fenomeno, l’Istituto Cattaneo ha analizzato la composizione, per classi di età, sia dell’elettorato del Pd che dei partecipanti alle primarie, mettendole a confronto con quella dell’intera popolazione italiana. Il più importante istituto italiano specializzato in flussi elettorali ha appena pubblicato un’analisi anagrafica dei partecipanti alle primarie curata da Marco Valbruzzi.  Il primo dato che trova indubbiamente conferma è il progressivo invecchiamento del “popolo del Pd”, e cioè di coloro che alle elezioni politiche hanno votato per il partito oggi guidato da Matteo Renzi e hanno attivamente preso parte alle elezioni primarie per la scelta del Segretario (nel 2007, 2009, 2013 e 2017).

Il grafico diffuso dall’Istituto Cattaneo

Come mostra il grafico qui sotto, nel 2007, in occasione della nascita del Pd e dell’elezione di Walter Veltroni come leader del partito, all’incirca solo un terzo (35%) dei votanti alle primarie aveva più di 55 anni. Invece, nelle primarie di domenica scorsa quasi i due terzi degli elettori (63%) era un over-55enne. Nel giro di un decennio, si è quindi raddoppiata la quota delle persone più anziane tra i partecipanti alle primarie. Questo fenomeno ha, in parte, ragioni strutturali, legate al trend di invecchiamento generale della popolazione italiana, ma anche motivazioni specifiche che riguardano il Partito democratico e il suo tradizionale bacino elettorale.

Infatti, come emerge dai dati qui riportati, la percentuale di elettori Pd con un’età superiore ai 55 anni è costantemente maggiore rispetto a quella della popolazione italiana. Lo scarto più evidente è quello registrato proprio in occasione delle primarie di domenica. Se tra tutti gli italiani con più di 16 anni quelli con più di 55 anni sono oggi il 40%, all’interno del popolo delle primarie questa quota sale al 63%, con un incremento di ben 23 punti percentuali.

Il solo che era riuscito a coinvolgere i “giovani”, paradossalmente, era stato Walter Veltroni, che pure era più “vecchio” dell’attuale leader dem. L’unica eccezione rispetto a questa tendenza è infatti, secondo lo studio di Marco Valbruzzi, quella del 2007, al momento della fondazione del Pd. In quella particolare occasione (che aveva coinvolto oltre 3 milioni e mezzo di persone), i votanti alle primarie con più di 55 anni erano il 35%: un dato addirittura inferiore a quello riferito all’intera popolazione italiana (37%).

Un’altra importante indicazione che emerge da questi dati, è il tendenziale invecchiamento dei partecipanti alle primarie del Pd in rapporto all’elettorato generale del partito. Questo è un fenomeno significativo perché segnala l’inversione di un processo che sembrava piuttosto stabile. Fino al 2016, i votanti delle primarie del Pd erano più giovani rispetto all’elettorato del partito. Ad esempio, i votanti con meno di 34 anni erano il 30% tra i partecipanti alle primarie del 2007 e il 14% tra l’elettorato del Pd alle elezioni politiche del 2008.

Un trend simile si evidenzia anche nel 2013: se alle primarie il 19% aveva meno di 34 anni, tra gli elettori del Pd la stessa quota di elettori scende al 16%.

Con le primarie del 30 aprile, questa tendenza si capovolge. Oggi il “popolo delle primarie” è più anziano del “popolo degli elettori” del Pd. Solo il 15% di chi si è recato ai gazebo la scorsa domenica aveva un’età inferiore ai 34 anni, mentre all’incirca il 20% tra chi ha votato il Pd alle europee rientra in quella categoria (18-34 anni, esclusi i non maggiorenni).

Questo dato è particolarmente significativo perché offre diversi spunti di interpretazione per le trasformazioni in atto nel Partito democratico e, più in generale, sul sistema politico italiano. Il primo aspetto

che si segnala è che non esiste (o sembra essersi esaurito) un “effetto Renzi” sul Pd.

Nonostante la sua leadership che l’Istituto definisce “innovativa” e il suo “programma di rinnovamento”, per l’istituto Cattaneo “la base sociale ed elettorale del partito continua a rimanere legata al bacino tradizionale dei voti raccolti nel corso del tempo dai principali partiti di centrosinistra”.

L’istituto bolognese rileva un altro aspetto. La scissione subita dal Pd, con la fuoriuscita di alcuni esponenti del partito verso “Art. 1. Movimento Democratico e Progressista”, non sembra aver mutato la struttura sociale dei militanti e simpatizzanti del Pd. Con l’uscita della cosiddetta “ditta” del partito, si poteva ipotizzare un mutamento nell’elettorato Pd, a partire dalla sua composizione anagrafica. Invece, i dati a disposizione non confermano questa tesi.

Infine, l’ultimo aspetto che merita segnalare riguarda la forza di attrazione delle primarie. Nel voto di domenica scorsa, abbiamo assistito a un calo di circa 1 milione di elettori rispetto alle primarie del 2013.

Questa scarto nella partecipazione e i dati fin qui analizzati segnalano che non è avvenuto nessun ricambio generazionale tra i simpatizzanti del Partito democratico. Di conseguenza, conclude lo studioso, “il Partito democratico è sempre meno uno specchio fedele della società italiana. Allo stesso tempo, Renzi è tornato in sella a un partito sempre più suo, ma sempre più diverso da lui: giovane, dinamico, orientato al futuro”.

di S.L.

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