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Più di un referendum all'anno, su (quasi) tutto: statistiche e storia in vista del 4 dicembre

Più di un referendum all’anno, su (quasi) tutto: statistiche e storia in vista del 4 dicembre

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Settantadue referendum in settanta anni. E’ questo il ritmo col quale è stato utilizzato lo strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione italiana, secondo qualcuno abusato, ma che non verrà superato nemmeno con le prossime riforme costituzionali scritte da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. E’ proprio su questo progetto che gli italiani dovranno esprimere un “sì” o un “no”, convocati il prossimo 4 dicembre per il settantaduesimo quesito della storia italiana, compreso quello che il 2 giugno del 1946 sancì il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Quella fu la prima e unica consultazione di carattere istituzionale, alla quale ne seguirono 67 abrogative, a partire da quella sul divorzio, che risale al 12 maggio 1974, quattro anni dopo l’entrata in vigore della legge che ne disciplina le procedure. Il primo referendum si tenne appena conclusa la  seconda Guerra mondiale e gli italiani – compreso le donne, per la prima volta – vennero chiamati a scegliere tra monarchia e Repubblica. L’affluenza è stata dell’89,1%, l’attuale forma di governo prevalse sull’altra con il 54,3 contro il 45,7. L’adnkronos si è presa la briga elencare tutti quelli che sono venuti dopo, fino ai giorni nostri.

Il 12 maggio del 1974 la Dc di Amintore Fanfani provò a cancellare la legge sul divorzio, ma i “no” prevalsero con il 59,3 sul 40,7 dei sì grazie ad una affluenza altissima, dell’87,7%. Protagonisti dei decenni successivi i Radicali di Marco Pannella.

L’11 giugno del 1978 si è votato per abrogare la legge Reale sull’ordine pubblico e quella sul finanziamento ai partiti, ma i “no” hanno prevalso.

Idem il 17 maggio 1981:  cinque quesiti tra cui due sull’aborto: uno chiesto dai Radicali per determinare modifiche in senso più permissivo, uno promosso dal Movimento per la vita che invece va in direzione più restrittiva.

Dopo che il 4 giugno del 1990 per la prima volta non viene raggiunto il quorum su tre consultazioni promosse dai Radicali e dai Verdi che puntano all’abolizione della caccia e a limitare l’uso dei pesticidi, arriva Mario Segni, poi leader del Patto, figlio di uno dei primi Presidenti della Repubblica italiana.

Il 9 giugno del 1991, nonostante l’invito di Bettino Craxi ad “andare al mare”, vota il 62,5% degli italiani e il 95,6 di essi dice sì all’abolizione delle preferenze dalla legge elettorale. E’ la “spallata” alla Prima Repubblica. Due anni dopo, il 18 aprile 1993, Segni propone di correggere il metodo di elezione dei senatori in senso maggioritario e l’82,7 per cento dei “sì” definiscono la leadership dell’allora democristiano. Lo stesso giorno si è votato anche per l’abolizione del finanziamento pubblico  ai partiti e dei ministeri dell’Agricoltura, delle Partecipazioni statali e dello Spettacolo. Quella “scossa” creò le condizioni per la discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994.

L’11 giugno del 1995  i cittadini furono chiamati ad esprimersi su due quesiti promossi dal Pds per ridurre gli spot e limitare la raccolta pubblicitaria nelle tv private, che puntavano a colpire il gruppo Fininvest, del leader di Forza Italia. L’affluenza alle urne raggiunse 57,5 per cento e i “no” prevalsero col 55,7 e il 56,4%.

Niente quorum anche per i sette referendum dei Radicali del 15 giugno 1997 che chiedevano tra le altre cose l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Fallite le consultazioni per la separazione delle carriere dei magistrati e l’abolizione dell’articolo proposte sempre dai Radicali il 21 maggio del 2000 e i due del 15 giugno 2003 di Rifondazione e Verdi, per estendere l’articolo 18 anche alle piccole aziende e per abolire le servitù per il passaggio degli elettrodotti. Superano il quorum i referendum del  12 e 13 giugno 2011, in piena epoca “berlusconiana”, contro la privatizzazione dell’acqua pubblica e contro il nucleare e il legittimo impedimento. La percentuale dei votanti è del 54,8%.

Quattro i referendum del 12 giugno 2005 chiesti dai Radicali per abolire le norme più restrittive della legge sulla procreazione assistita, contro i quali si schiera la Cei del cardinal Camillo Ruini in prima fila. I contrari fecero campagna per l’astensione, facendo fallire la consultazione con una percentuale di partecipazione al voto di solo il 25,5%, la metà del necessario. Meno ancora – il 23,3% – si presentarono alle urne il 23,3 del 21 giugno 2009, quando sempre Segni aveva fallito il ritorno sulla scena con tre quesiti destinati a a correggere il “Porcellum”, dopo che gli era andata male anche il 18 aprile del 1999 quando gli elettori non risposero al suo appello ad abolire la quota proporzionale del “Mattarellum”. L’ultima chiamata alle urne è stata per il cosiddetto quesito sulle trivelle del 17 aprile 2016. Il quorum, complice anche l’invito del premier Matteo Renzi all’astensione,  è sembrato un miraggio: hanno votato il 31,2% degli eventi diritto.

Stavolta, però, non serve il quorum. Il 4 dicembre l’esito delle urne può essere solo “sì” o “no”.  Due i precedenti di voto confermativo su una proposta di riforma: il 7 giugno del 2001 votò il 34,1 per cento degli aventi diritti e il 64,2 di “sì” contro il 35,8 di no promossero la riforma del titolo quinto della Costituzione sul federalismo voluta dal centrosinistra. Il 25 giugno del 2006 alle urne si recarono il 52,5 degli aventi diritto e con il 61,3 di no e il 38,7 di no fu bocciata la cosiddetta “devolution” approvata dal centrodestra.

 

Di Claudio Russo

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