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Politica low cost e last minute: i segreti del "Metodo Renzi" svelati da Galimberti

Politica low cost e last minute: i segreti del “Metodo Renzi” svelati da Galimberti

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Se è vero, come probabilmente è vero, che Renzi è “condannato a diventare fuori moda” – parola di Carlo Freccero -, a maggior ragione vale la pena di leggere il libretto di un giovane comasco laureato della Cattolica, Alberto Galimberti, che si è assunto l’obiettivo di studiare “Il metodo Renzi” attraverso testimonianze, analisi della letteratura sull’argomento e lucide riflessioni di tipo aneddotico.

La pubblicazione prende in esame stile comunicativo, costruzione dell’immagine e caratteristiche della leadership dell’attuale presidente del Consiglio, ricostruendo le tappe della sua irresistibile ascesa fino dai tempi dell’azzardo che gli consentì di transitare dalla Provincia al Comune di Firenze debuttando così sulla scena politica nazionale. Il resto è noto: la centralità imposta al cleavage innovazione/conservazione, la pratica dello storytelling come alternativa all’argomentazione distesa e ai riti della politica tradizionale, la definitiva caduta dei confini tra spettacolo e rappresentazione politica, la nobilitazione delle categorie della cultura pop. Frutto non di una studiata strategia comunicativa ma della naturale appartenenza di Renzi all’universo simbolico rappresentato. Di lui, l’autore scrive. “E’ figlio del suo tempo. Sarà una banalità ma fa la differenza: è il primo leader della sinistra a essere pop fino in fondo, senza infingimenti”. La galleria di quanti hanno tentato in passato di “umanizzare la grigia e distaccata immagine di politici di professione”, da Craxi a Pannella, da Berlusconi a Veltroni, è piena di macerie: “Sono stati respinti con perdite”.

Intervista a Palazzo Chigi. (Foto Nomfup)
Intervista a Palazzo Chigi. (Foto Nomfup)

Non è vero che lo stile della politica sia rimasto immutato nel tempo, o che le esigenze d’immagine, la propaganda, siano state trascurate. Né che il ruolo dei media sia stato ignorato. L’intera politica del Novecento, al contrario, è stata caratterizzata dall’acquisizione di specifici knowhow comunicativi, legati alle diverse generazioni di media disponibili (dai giornali alla radio, dal cinema alla musica, dalla televisione a internet) e dall’uso mediatico delle iniziative: dalla “Beffa di Buccari” alla Marcia su Roma, dai discorsi del caminetto di Roosevelt al fundraising di Obama attraverso la rete. Renzi, da noi, è sembrato l’interprete più aggiornato, più efficace, dell’integrazione tra media vecchi e nuovi, il cultore e l’interprete più autentico della nuova frontiera della soggettività, anche di quella irriflessa, che fa a meno di filtri e di mediazioni. E’ su queste basi che ha potuto propone una nuova e più audace versione dell’ “uomo solo al comando”, come proiezione del narcisismo dilagante. Quello dei selfie e dei like, per intenderci. Un leader a cui è congeniale il limite dei caratteri imposto ai tweet, 140, non uno di più. Che per Matteo Renzi sono persino troppi.

 

Con Bill Clinton a Ny (Foto Nomfup)
Con Bill Clinton a Ny (Foto Nomfup)

Ma una componente di questa cultura è il complesso di Crono. Perché quando ti vuoi qualificare come “nuovo”, prima o poi trovi qualcuno “più nuovo” di te. E l’obsolescenza del paradigma con cui hai appena sfondato è lì dietro l’angolo. Fai in fretta a passare dalla boutique all’outlet delle liquidazioni, specie se hai contribuito a segare il ramo su cui la politica sta seduta, se hai lavorato per depotenziare il valore dei contenuti, delle distinzioni, delle antinomie su cui si regge la dialettica tra partiti e schieramenti. L’Italia di oggi sembra proprio così, a immagine e somiglianza di Renzi ma, proprio per questo, disponibile a infliggergli una repentina rottamazione: “La politica spettacolo è il volo low cost, l’offerta last minute, la soluzione più veloce e pratica”, scrive acutamente Galimberti. Ad un’opinione pubblica sempre meno disponibile alla fatica di dare giudizi argomentati sulla politica, è semmai congeniale parlare di “fallimenti”. Una categoria universale, che può essere Il segno di una regressione, di un fastidioso analfabetismo, reso possibile da chi ha disseminato i germi di una visione astorica delle cose italiane. Uno stigma dei giovani renziani che non si peritano neppure di pesare il carattere offensivo dell’espressione, la sua apoditticità disarmante, l’ingenuità di chi pretende di dividere la storia semplicemente in un prima e un dopo Renzi.

Al Museo di Capodimonte. (Foto Nomfup)
Al Museo di Capodimonte. (Foto Nomfup)

L’ansia di semplificare, l’individuazione dei nemici sulla base delle convenienze contingenti, la convinzione che il “noi” di riferimento sia il fatto di appartenere allo stesso pubblico dei media o a un debole riferimento generazionale, rischiano però di non reggere nel tempo. A Renzi è andata bene con il 40,8 percento delle europee. Molto meno alle recenti elezioni regionali. Perché la sua vera arma, al di là del “metodo” praticato, è stata quella di collocarsi convintamente in un orizzonte post-ideologico, realizzando un blitz di rara efficacia. Ma nella società italiana ci sono faglie resistenti, fratture che solo processi di lunga durata potrebbero forse ridurre stabilmente. E ci sono soprattutto culture resistenti al cambiamento in una sinistra che non si è mai convertita davvero al riformismo: lo si vede bene nelle reazioni alle vicende greche di queste settimane. Un mondo che può anche stringersi attorno a Renzi per impedire che “i nuovi barbari” di turno (un anno fa erano i seguaci di Grillo) possano vincere, ma che, dopo un po’, si sente soffocare dalla irresistibile leggerezza della sua retorica ripetitiva, fatta di draghi e di gufi, e dalla sua non nascosta ansia di liberarsi della “sinistra”. Ma, come direbbe Shakespeare, ci sono più cose tra il cielo e la terra di quante trovano posto nella narrazione di Renzi. Il libro sarà presentato martedì 26 aprile alla Camera dei deputati: qui la locandina

Di Emilio Russo

 

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