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"Imago Urbis" e la modernità delle carte geografiche borboniche in mostra al M.A.X.

“Imago Urbis” e la modernità delle carte geografiche borboniche in mostra al M.A.X.

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Per vedere la madre di tutte le piante di città, una straordinaria xilografia del 1500, intitolata appunto “Venezia MD”, bisogna (o basta, a seconda dei punti di vista) varcare il confine di pochi chilometri. Con l’occasione si ha la possibilità di guardare ammirati le mappe conservate nella “Raccolta di carte geografiche della Real Casa Borbonica”, di cui, si può esserne certi, gran parte dei napoletani e degli italiani (e anche noi, del resto) ignorano l’esistenza. A riprova, sia detto per inciso, della modernità e delle ambizioni del Regno meridionale nel corso del XVIII secolo, dopo l’avvento dei Borboni sul trono di Napoli. Ma anche le carte conservate al Castello Sforzesco o quelle chiuse in istituti e raccolte private di tutta Europa a cui normalmente non è possibile avere accesso.

La mostra ha un titolo che più italiano di così si muore. “Imago Urbis”. La spiegazione è nel sottotitolo: “La memoria del luogo attraverso la cartografia dal Rinascimento al Romanticismo”. Il luogo è il m.a.x. museo di Chiasso. Ottomila abitanti e un’offerta culturale degna di una metropoli. E, si sospetta, una certa nostalgia per una tradizione che in molti, a nord come a sud del Gottardo, vorrebbero spezzare. Strani tempi per gli italiani d’oltreconfine. Poche settimane fa, poco distante da qui, a Mendrisio, si era chiusa un’altra mostra suggestiva, “Roma eterna. Capolavori di cultura classica”, che presentava alcuni pezzi pregiati della Collezione Santarelli. Ignota, ovviamente, questa volta, a gran parte dei romani.

 

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La mostra di Chiasso, curata da Cesare De Seta, uno dei più importanti studiosi di storia dell’architettura a livello europeo (ha diretto il progetto Atlas de la ville européenne) e dalla direttrice del m.a.x. Nicoletta Ossanna Cavadini, presenta una selezione di piante di città, quelle che iniziarono a diffondersi grazie all’invenzione della stampa (le più antiche sono della fine del ‘400), dalla xilografia prima all’incisione su lastre di rame con il bulino e la puntasecca in seguito, perfezionandosi poi con la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta. Fino ai virtuosismi prospettici dell’Ottocento, quando la tecnica litografica e della fotoincisione, oltre che il ricorso alla mongolfiera e a più sofisticati strumenti di rilevazione, permetterà un ampio spettro di soluzioni a volo d’uccello.

Si passa dunque dalle piante iconografiche a proiezioni zenitali di città ideali a immagini prospettiche di città reali, come quelle, particolarmente curate, dello skyline di Roma, infine alle rappresentazioni dall’alto. Per concludere con le visioni romantiche e con il disegno ottocentesco di città. Mentre viene a compimento la distinzione fra arte e scienza che invece l’antica professione del cartografo riuniva. Il baricentro della produzione si sposta a nord. Carte e dipinti riproducono, spesso con il corredo di costumi e altri particolari pittoreschi, le mete del grand touro i paesaggi lacustri cari ai romantici inglesi.

 

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La mostra, oltre a mostrare l’evoluzione della cartografia, dà conto in modo didascalico degli strumenti e delle tecniche che l’hanno resa possibile. Resta la suggestione che il suo sviluppo abbia molto a che fare, oltre che con la curiosità esotica per luoghi difficilmente raggiungibili, anche con un interesse di tipo geopolitico. Non è un caso che la genesi della cartografia moderna coincida con la nascita degli Stati moderni. Di quelli regionali e di quelli nazionali. Non dell’Italia, ma colpisce il fatto che, dell’Italia in quanto tale, si inizi a dare una rappresentazione globale fino al XV secolo, per poi proseguire, nelle epoche successive, con immagini a forte contenuto ideologico. Quasi a smentire la tesi approssimativa secondo cui davvero l’Italia non sarebbe stata altro che “un’espressione geografica”. Perché niente, forse, è più “ideologico” della cartografia.

Di Emilio Russo

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