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GayLib Enrico Oliari

Unioni civili sì, ma attenti alle adozioni-autogol. Intervista ad Enrico Oliari, presidente di GayLib

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«Non esiste il “diritto di adottare” per le coppie eteroaffettive… perché dovrebbe esistere per le coppie gay?». Enrico Oliari, presidente di GayLib, l’unica associazione Lgbt italiana «liberaldemocratica e di centrodestra», non è uno che trovi spesso sui giornali: non insulta, non sfila («Il Family Day è come il Gay Pride, non ci crede più nessuno», dice), non fa polemiche sterili. Direttore di Notizie Geopolitiche, intellettuale fine, preferisce studiarsi le carte e presentare ricorsi. E’ così che, lo scorso luglio, ha messo l’Italia nelle condizioni di essere «obbligata» a legiferare a favore delle unioni civili.

Presidente Oliari, dopo un trentennio di dibattiti e chiacchiere, grazie ad un ricorso di GayLib scritto da lei e dall’avvocato Alexander Schuster, Strasburgo ha obbligato l’Italia a riconoscere le unioni civili. Il Parlamento si sta muovendo bene?

«Cominciamo col dire che il Parlamento italiano è l’ultimo a non aver legiferato in materia, superato ormai dalla Grecia, ma anche da paesi dell’Europa orientale. Se vogliamo uscire dai nostri confini europei, da quasi tutti i Paesi delle Americhe, dall’Australia e dal Sudafrica…».

Dopo la sentenza che porta il suo cognome, il Parlamento si è mobilitato e ora in Senato c’è un testo in discussione. Le piace il Dl scritto da Monica Cirinnà?

«Quella della senatrice Pd non è l’unica proposta circolata nei palazzi, tanto che, per fare un esempio, Dario Rivolta di Fi presentò i Pacs già nel 2004: furono chiusi nei cassetti da una classe politica – di destra e di sinistra – perbenista e bigotta».

Le coppie gay sono sopravvissute.

«Piaccia o no, le coppie gay sono una realtà e si sono dovute destreggiare senza diritti e, aggiungo io, senza doveri, come quello di assistere il partner in ospedale e in carcere. Partendo dal principio secondo cui non è approvando un diritto che se ne nega un altro, mi chiedo il perché di tante remore e di tanto ritardo».

Il percorso parlamentare delle unioni civili si sta incartando sulla stepchild adoption, oggi indicata come causa del voto contrario di Fi e di un pezzo del Pd. Ne valeva la pena?

«No. Ho sempre sostenuto la strategia della gradualità, pur comprendendo la situazione di componenti della coppia già genitori. In realtà quello delle adozioni rappresenta un falso problema, poiché non esiste nel nostro ordinamento giuridico il “diritto di adottare”. Non esiste per le coppie eteroaffettive… perché dovrebbe esistere per le coppie gay?».

Il diritto è del minore, no?

«È un giudice, cioè il Tribunale dei minori, a stabilire caso per caso se una coppia sia idonea. Avrei lavorato così anche per le coppie omoaffettive».

Bastava la legge in vigore?

«Di certo non ha senso che un bambino, che cresce in una coppia e in una casa per anni, venga tolto, in caso di decesso di un genitore naturale e messo in un orfanotrofio solo per non farlo rimanere con l’altro partner. Ma la casistica è ampia, va valutato caso per caso, e questo può farlo solo un giudice. Esiste anche la soluzione dell’affido condiviso».

Le associazioni Lgbt spesso chiedono cento per poi ottenere zero, stanno rischiando la “solita fine”. Non era meglio la concretezza?

«Certa politica e certo associazionismo hanno la cattiva abitudine di alzare la voce per poi ritrovarsi un pugno di mosche. È necessario tenere presente la peculiarità culturale del nostro paese, per cui servono il dialogo e il confronto, non le posizioni rigide».

Tra pochi giorni ci sarà un nuovo “Family day”; vinceranno loro?

«Nei Family day, come nei Gay pride, ormai ci credono in pochi. Ci andavano politici cattolici che oggi sono al terzo matrimonio, come pure chi trafugava i documenti dal Vaticano. In realtà io noto una certa apertura nel mondo cattolico ed anche nella Chiesa, perché il gay non è lo sporcaccione isolato del paesello, come si riteneva fino a qualche anno fa, bensì è il nipote, il collega di lavoro, la badante che assiste la mamma. Oggi i gay sono emancipati, e sono più accettati nella società, anche cattolica, di quello che vogliono far credere certi moralisti».

E qui si torna alle adozioni.

«Di certo non sono i gay ad indebolire la famiglia italiana, bensì il precariato, il fatto che per mandare un figlio all’università bisogni fare il mutuo, il costo della casa… se una coppia è fatta da precari, ci pensa su due volte a far figli, e di certo non è colpa dei gay».

Intervista di Claudio Russo

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